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Avvocati: sanzioni per compenso eccessivo



In quali casi il compenso richiesto dall’avvocato può essere definito eccessivo e quali sanzioni sono previste dal codice deontologico.



L’avvocato che chiede un compenso troppo elevato dal cliente, compenso non proporzionato alla effettiva attività professionale svolta, può essere chiamato a giudizio.  Il Consiglio nazionale Forense si è espresso in merito con la sentenza 9/2018, sottolineando come i clienti debbano accettare la remunerazione proposta dal legale solo dopo un’attenta valutazione di alcuni parametri ritenuti fondamentali:  la tariffa vigente e l’attività di difesa svolta dall’avvocato, valutando la misura del compenso ritenuta congrua.

È l’accordo siglato tra il professionista e il suo cliente a dettare le regole relative al compenso per la prestazione prestata, convenzione che rappresenta una priorità rispetto alle tariffe e ai parametri stabiliti dalla normativa.

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza 25054/2018, si esprimen in merito ai compensi percepiti dagli avvocati: sebbene l’articolo 2233 del Codice Civile stabilisca una precisa gerarchia per la determinazione delle parcelle per i prestatori d’opera intellettuale, è comunque l’accordo diretto con il cliente a prevalere anche nel caso in cui le cifre pattuite siano superiori al massimo tariffario previsto.

Solo in assenza di precisa intesa sul compenso tra professionista e cliente, quindi, è necessario attenersi alla normativa sulle tariffe per le prestazioni professionali.

Interessante la lettura di alcuni punti del  Codice Deontologico Forense, all’articolo 29:

4. L’avvocato non deve richiedere compensi o acconti manifestamente sproporzionati all’attività svolta o da svolgere.
5. L’avvocato, in caso di mancato pagamento da parte del cliente, non deve richiedere un compenso maggiore di quello già indicato, salvo ne abbia fatta riserva.
6. L’avvocato non deve subordinare al riconoscimento di propri diritti, o all’esecuzione di prestazioni particolari da parte del cliente, il versamento a questi delle somme riscosse per suo conto.
7. L’avvocato non deve subordinare l’esecuzione di propri adempimenti professionali al riconoscimento del diritto a trattenere parte delle somme riscosse per conto del cliente o della parte assistita.
8. L’avvocato, nominato difensore della parte ammessa al patrocinio a spese dello Stato, non deve chiedere nè percepire dalla parte assistita o da terzi, a qualunque titolo, compensi o rimborsi diversi da quelli previsti dalla legge.
9. La violazione dei doveri di cui ai commi da 1 a 5 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare della censura. La violazione dei doveri di cui ai commi 6, 7 e 8 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale da sei mesi a un anno.

Il Codice Deontologico segnala come le sanzioni disciplinari applicate per la violazione dei doveri del professionista relativi a questi specifico articolo  prevedano la censura.

Inoltre al punto 5 dell’articolo 29 si prevede che in caso di mancato o parziale pagamento non possono essere richieste maggiorazioni di onorari.

La sospensione dall’esercizio dell’attività professionale da sei mesi a un anno, invece, può arrivare qualora l’avvocato – nominato difensore della parte ammessa al patrocinio a spese dello Stato – richieda agli assistiti compensi o rimborsi diversi da quelli previsti dalla legge.

 


 

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