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Anticipati i termini per la detrazione IVA da fallimenti.

Con la Legge di Stabilità del 2016, viene sancito un principio che, considerate le migliaia di fallimenti dichiarati sul territorio nazionale e quelli futuri, permetterà alla azienda che vantano un credito, documentato e certo, nei confronti della ditta poi dichiarata fallita, di poter rettificare l’Iva (ossia l’imposta di valore aggiunto) già all’apertura dell’iter della procedura di fallimento.

Cosa cambia?

Prima occorreva aspettare il deposito della ripartizione dell’attivo fallimentare (ex art. 110 Legge Fallimentare), e ove nel piano di riparto predisposto dal curatore fallimentare non figurasse il pagamento dell’imposta, (ex art. 2752 c.c.), era possibile poter predisporre una nota di variazione Iva per la quota non soddisfatta, da inviare alla procedura.

Con l’immediatezza della possibilità concessa dal disegno di legge, per le imprese significherà che, oltre al “danno” di non prendere nulla e avere un’Iva a debito da versare, si potrà al contrario diminuire l’esposizione del versamento da fare all’Erario o anche chiedere il rimborso allo stesso.

 


Posizione dell’amministrazione finanziaria:

Per quanto concerne i fallimenti, secondo l’Amministrazione finanziaria il momento dal quale sorge il presupposto della infruttuosità della procedura concorsuale (essenziale per poter operare la detrazione dell’IVA) coincide con la scadenza del termine per la presentazione delle osservazioni al piano di riparto, ovvero, se il fallimento si chiude senza un piano di riparto, con la scadenza del termine entro il quale è possibile proporre reclamo avverso il decreto di chiusura della procedura  (cfr. circolare n. 77/E/2000 e risoluzioni n. 155/E/2001, 89/E/2002 e 195/E/2008).

Tutto ciò, a detta sempre dell’Amministrazione finanziaria, “al fine di adeguare l’imposta al corrispettivo effettivamente incassato” (risoluzione n. 89/E/2002).

In buona sostanza, secondo l’Amministrazione finanziaria è necessario differire il recupero dell’Iva (mediante emissione della nota di variazione) fino all’approvazione del piano di riparto finale (o in assenza di riparto alla chiusura della procedura) perché solo in quel momento è nota la misura del credito per Iva di rivalsa insoddisfatto.

Ciò comporta che anche nei casi (assai frequenti) in cui il curatore è in grado, già nelle prime fasi della procedura, di acclarare l’impossibilità di operare delle ripartizioni ai crediti (chirografari) per Iva di rivalsa, comunque tali creditori devono attendere la chiusura della procedura, che nella maggior parte dei casi si protrae per molti anni, soprattutto se vi sono giudizi in corso.

Le recenti modifiche alla Legge fallimentare hanno però ora introdotto, tra le altre, la possibilità per il Tribunale, su istanza del curatore, di dichiarare la chiusura del fallimento, ex articolo 118, comma 3, (ovverosia “quando è compiuta la ripartizione finale dell’attivo”) anche in pendenza di giudizi attivi e passivi, previo accantonamento delle somme previste per la difesa nei giudizi.

 

In tale ipotesi il curatore,  provvederà (dopo la chiusura della procedura) a un successivo riparto supplementare delle somme che riceverà in seguito alla definizione dei giudizi e di quelle che dovessero residuare a fronte degli accantonamenti fatti per la difesa nei giudizi.

In questa situazione (chiusura della procedura con prosecuzione dei giudizi) si ritene che i creditori per i quali alla chiusura della procedura non vi sia aspettativa di recupero del credito chirografario di rivalsa per l’Iva, possano da tale momento emettere la relativa nota di variazione Iva, senza dover attendere la definizione dei giudizi ancora in corso e il conseguente riparto supplementare.

 



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